§ FINALISTI 2019

Patrick Dümmler

Responsabile Ricerca Avenir Suisse e membro del Comitato di revisione Zollikon


Patrick Dümmler è responsabile della ricerca presso Avenir Suisse. Ha 46 anni e vive con la famiglia a Zollikerberg, non lontano dalla sua città natale Küsnacht. Oltre a impegnarsi nel Think Tank, fa parte della commissione di revisione dei conti del comune di Zollikon come membro del PLR. Segue con regolarità i trend politici e si tiene aggiornato sugli eventi importanti.

 

Il problema: la protezione doganale nel commercio dei prodotti agricoli

 

Il rifiuto della Svizzera di reagire ai dibattiti sull’apertura dei confini per i prodotti agricoli nel 2006 ha portato a una rottura delle trattative informali per un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti. Il potenziale di realizzazione di ulteriori volumi di esportazioni sarebbe pari a 3,1 miliardi di franchi all’anno (fonte: Avenir Suisse 2018). Inoltre, è probabile che si potranno stipulare nuovi accordi di libero scambio solo con l’apertura del mercato agricolo e la soppressione della protezione doganale che limita la concorrenza. 

 

Le restrizioni che colpiscono il commercio di prodotti agricoli si ripercuotano direttamente anche sui consumatori. La scelta di prodotti è più limitata e il livello dei prezzi dei generi alimentari in Svizzera è pari al 178% della media dei 28 paesi UE. La conseguenza della protezione doganale è che i consumatori svizzeri spendono oltre 1000 franchi in più all’anno per nucleo familiare.

 

È assurdo che si impongano ancora dazi su prodotti agricoli che in Svizzera non vengono neppure coltivati. L’argomentazione (logica) è che in caso contrario gli svizzeri consumerebbero più banane che mele svizzere. 

 

La soluzione: libero scambio di prodotti agricoli

 

Con l’apertura dei confini l’agricoltura svizzera guadagna in termini di produttività, capacità innovativa e opportunità di esportazione. Il giudizio e il potere d’acquisto dei consumatori ne risultano rinforzati, mentre le imprese possono accedere ancora meglio ai mercati grazie a ulteriori accordi di libero scambio e creare così più posti di lavoro in Svizzera. 

 

Grazie all’abolizione della protezione doganale la Svizzera può stipulare altri accordi di libero scambio, ad esempio con il Mercosur e gli Stati Uniti. L’apertura delle frontiere consente inoltre alle famiglie di consumatori di risparmiare 3,7 miliardi di franchi all’anno (fonte: OCSE 2016) e di godere di una più ampia scelta di prodotti alimentari. 

 

Non sarebbe più necessario espletare al confine la procedura di sdoganamento e verifica prevista dal sistema a tre fasi (importazione di frutta e verdura). Il risparmio stimato è di 274 milioni di franchi (fonte: Avenir Suisse 2018). In compenso verrebbero meno anche le entrate doganali per circa 643 milioni di franchi (OCSE 2017). 

 

Il vantaggio complessivo della misura per l’economia nazionale può essere così calcolato: CHF 7,119 mia. meno CHF 643 mio. uguale a CHF 6,5 mia.


Beni Riedi

Direttore Vendite e Marketing & Consigliere di Stato di Zugo


Beni Riedi, padre di famiglia di 31 anni, è nato a Baar ed è impegnato da dieci anni nel suo cantone d’origine Zugo per l’UDC. Lavora nel campo degli Smart Energy Devices basati su cloud nel ruolo di Sales e Marketing Manager di due giovani imprese. Per distrarsi dai suoi impegni familiari e politici pratica unihockey ed escursionismo. 

 

Il problema: gli insegnanti hanno una formazione troppo specialistica

 

Molti istituti universitari non preparano gli insegnanti in tutte le materie. Le scuole pubbliche sono così costrette ad assumere più personale per le diverse materie, in un momento in cui vi è notoriamente carenza di insegnanti. 

 

Anche per gli stessi insegnanti questa situazione è svantaggiosa, perché spesso devono completare ulteriori programmi formativi per ampliare la propria offerta didattica. 

 

La differenziazione richiede inoltre una maggiore regolamentazione e una più intensa attività amministrativa. Questo pesa in particolar modo in un settore ampio come quello delle scuole primarie. Dato che la scuola rappresenta una grossa fetta della spesa pubblica a livello cantonale e comunale, anche i minimi ostacoli burocratici possono avere ripercussioni gravi. 

 

La soluzione: gli insegnanti della scuola primaria dovrebbero avere una formazione generalista (“allarounder”)

 

Nel 2014 il gran consigliere dell’UDC Beni Riedi ha presentato un postulato insieme ad altri tre membri del Consiglio riguardo alla formazione generalista degli insegnanti – i cosiddetti “allarounder” – per contrastare questo problema. La modifica proposta è stata appoggiata da tutte le scuole primarie cantonali, che hanno così manifestato la necessità di una semplificazione regolamentare. La presenza di insegnanti con una formazione generalista comporta minori sforzi organizzativi per le scuole. E la riduzione degli adempimenti burocratici ha dato buoni risultati: la scorsa estate si sono laureati alla PH Zug i primi insegnanti provenienti da altre professioni. Altri cantoni potrebbero seguirne l’esempio. 

 

Gli insegnanti con un’ampia abilitazione all’insegnamento avrebbero più opportunità di trovare lavoro nei vari cantoni con diversi sistemi scolastici. In alternativa a un’ulteriore uniformazione e burocratizzazione dei sistemi scolastici e delle condizioni d’impiego cantonali, questa è chiaramente un’opzione più valida.


Christian Siegenthaler

Studente e dipendente segretario generale del personale del PLR


Christian Siegenthaler, 24 anni, ha conseguito l’estate scorsa una laurea triennale in storia e politica presso l’Università di Berna. Dalla primavera 2019 lavora presso la segreteria generale del PLR. Accanto all’impegno universitario e politico, il giovane di Berthoud suona la tuba in una banda musicale ed è capo reparto degli scout. 

 

Il problema: la dicitura “Da consumarsi preferibilmente entro il…” porta a un enorme spreco di cibo

 

Il senso di responsabilità dei cittadini è uno dei fattori di successo della Svizzera. Eppure sempre più ambiti sono interessati da un aumento delle normative, da un eccesso di regolamentazione o addirittura da divieti, e questo finisce per soffocare il buon senso. Anche nel settore dei generi alimentari. 

 

In Svizzera 2,6 milioni di tonnellate di cibo finiscono ogni anno nella spazzatura anziché nel piatto. Ciò significa che ognuno getta 190 kg di cibo all’anno, ovvero quasi quotidianamente cinque barre di cioccolato ancora confezionate. E, quel che è peggio, secondo l’UFAM per due terzi questo scarto potrebbe essere evitato. 

 

La soluzione: usare più buon senso per i futuri acquisti presso i grossisti

 

L’idea di Christian Siegenthaler parte dal commercio al dettaglio, responsabile di una quota consistente di cibo sprecato. Anziché destinare a fermentazione, compostaggio o incenerimento i prodotti dopo la data di scadenza indicata, il cliente deve assumere una maggiore responsabilità. 

 

I grossisti dovrebbero destinare una parte della loro superficie di vendita ai prodotti alimentari con termine minimo di conservazione già scaduto, a esclusione di alimenti freschi come uova, pesce o carne per via dell’elevato rischio per la salute. Paste alimentari, ravioli in scatola o surgelati possono essere invece consumati alcuni giorni, settimane o addirittura mesi dopo la data di scadenza indicata sulla confezione. 

 

Ai consumatori deve essere data ora la possibilità di decidere in autonomia, con nuovi approcci e soluzioni, se uno yogurt o una confezione di pasta per loro sono ancora buoni. 

 

Questa deregolamentazione conviene anche ai grossisti e all’economia in generale, in quanto si risparmierebbero ogni anno 500 milioni di franchi per lo smaltimento e la distruzione dei prodotti alimentari. Questo sarebbe accompagnato da un’ampia riduzione degli oneri burocratici. Una deregolamentazione che favorisce e prioritizza il comportamento responsabile dei cittadini, alleggerisce l’economia e tutela l’ambiente. Una deregolamentazione opportuna. 


§ FINALISTI & IDEE 2018

Thierry burkart

Avvocato e consigliere nazionale


Maggiore libertà organizzativa in caso di lavoro da casa

 

Iniziativa parlamentare xxx 16.484: “Maggiore libertà organizzativa in caso di lavoro da casa”: per conciliare meglio lavoro e famiglia, occorre accrescere la libertà organizzativa dei dipendenti nel lavoro da casa. A tale proposito, i dipendenti devono disporre di uno spazio di manovra più ampio nella ripartizione del loro orario lavorativo.

 

Adeguare il diritto del lavoro alle esigenze attuali

 

Siamo in piena era digitale, ma il nostro diritto del lavoro ha ancora una connotazione industriale, tant'è vero che oggi la legge statuisce che nel corso di una giornata il lavoro deve essere svolto nello spazio di 14 ore. Ciò non significa che un lavoratore può essere occupato per 14 ore di fila in un giorno, ma solo che se al mattino inizia ad es. alle 7, la sera non può più lavorare a partire dalle 21, e precisamente a prescindere da quante ore ha lavorato tra le 7 e le 21. Ma oggi la realtà, complice anche la digitalizzazione, è diversa per un numero sempre crescente di persone. In numerosi settori si osserva già una gestione flessibile del lavoro in remoto, ovvero da casa. Ciò malgrado, a seconda dell'organizzazione ci si ritrova, senza saperlo, in una zona grigia giuridica. L'iniziativa intende conformare le basi legali al nostro tempo, rispondere alle esigenze odierne e arginare questa burocrazia ormai inutile e obsoleta. D'ora in avanti alle madri e ai padri che ad esempio svegliano i loro figli alle 7 e li mettono a letto alle 21, deve essere consentito scrivere un messaggio di posta elettronica professionale prima e dopo aver accudito i figli, per potersi poi dedicare interamente a loro tra le 18 e le 21. Ecco perché l'orario di lavoro deve estendersi da 14 a 17 ore. Ma non è esplicitamente l'obiettivo intaccare la durata massima di lavoro settimanale. L'iniziativa lascia impregiudicata la durata massima dell'orario di lavoro – 45 ore alla settimana o nove ore in media al giorno, senza trascurare che continuerà ad applicarsi l'orario lavorativo stabilito individualmente di perlopiù 42 ore settimanali. A nessuno peraltro va intimato di lavorare 17 ore al giorno, per il semplice motivo che il riposo giornaliero previsto dalla legge rimane di almeno 11 ore consecutive.


Fiona Hostettler

Politologa e membro del Comitato direttivo jglp Svizzera


Abolire il pensionamento automatico

 

In Svizzera i lavoratori abbandonano automaticamente il mondo del lavoro di regola a 65 anni (64 le donne) in virtù di clausole inserite nei contratti di lavoro o nelle leggi sul personale in regime di diritto pubblico. Oltre questa soglia di età, nella prevalenza dei casi un'attività lucrativa è possibile solo con contratti speciali complicati o autorizzazioni oppure attraverso un'attività indipendente. Questi sono gli incentivi sbagliati in una società in cui, grazie a un'eccellente qualità della vita, si invecchia sempre più, ma si rimane anche più a lungo sani e attivi. Il pensionamento automatico va quindi soppresso, una scelta che sarebbe del tutto ininfluente sull'età a partire dalla quale è possibile percepire una rendita, ma che verrebbe accompagnata da molteplici vantaggi. La libertà individuale ne guadagna, poiché ciascuno può decidere in prima persona quando smettere di lavorare. Anche l'economia ne trae vantaggio, in quanto vi sono più lavoratori a disposizione senza complicazioni di sorta. E il sistema pensionistico ne sarebbe alleggerito, perché le persone potrebbero andare in pensione (in media) più tardi. Quanto anticipato risulta dalle statistiche pubblicate negli USA e in Svezia, dove il pensionamento automatico non esiste più da lungo tempo.


Andri Silberschmidt

Presidente dei Giovani liberali radicali svizzeri, consigliere comunale della città di Zurigo, gestore di fondi ZKB e cofondatore di kaisin. GmbH


Licenza pop-up per usi temporanei

 

La politica guarda a un orizzonte di vari decenni quando rinnova il regolamento edilizio e il piano regolatore di un comune o di una città. Si hanno idee concrete di come deve svilupparsi una determinata area. In realtà, non sempre i conti tornano. La città di Zurigo ad esempio ha un indice delle disponibilità abitative dello 0,22 %, sebbene oltre 215 000 mq di superfici ad uso ufficio siano sfitte. Un potenziale inutilizzato!

 

Il problema: disposizioni troppo rigide in tema di usi temporanei.

 

Perché è necessario cambiare qualcosa? Con gli usi temporanei guadagnano tutti: il proprietario può coprire i suoi costi, il locatario ottiene il tanto atteso posto e l'amministrazione pubblica consente soluzioni innovative (ad es. case e moduli plug and play (spazio nello spazio)) per ravvivare i quartieri. Gli usi temporanei creano situazioni di reciproco vantaggio.

 

La soluzione: grazie a una licenza pop-up deve essere possibile realizzare progetti di durata limitata (ad es. 5 anni), a prescindere dalla zona edificabile (ad es. appartamenti per studenti in zone commerciali). Inoltre, occorre adottare le disposizioni comunali per questa durata. L'esigenza di una licenza pop-up è stata confermata in colloqui condotti con varie parti (proprietari istituzionali di immobili, start-up innovative, Jugendwohnnetz Stiftung, …) ed è incontestata. L'attuazione avviene come intervento parlamentare a livello comunale. Un piccolo passo per un politico, ma un grande passo per la deregolamentazione!